Categoria: Politica interna

“Il Pci, oggi, verrebbe definito sovranista”

“Il Pci, oggi, verrebbe definito sovranista”

Nicola Mirenzi intervista il prof. Carlo Galli (da L’Huffington Post )

Lo storico di dottrine politiche: “Il diavolo nega che il diavolo esista. Così tra destra e sinistra: la prima nega differenze, la seconda cade nel tranello” e “Condanna a Orban è controproducente”

Il cortocircuito si innesca guardando al passato: “Il Pci, oggi, verrebbe definito sovranista”. Storico delle dottrine politiche all’Università di Bologna, interprete del pensiero moderno e contemporaneo, il professor Carlo Galli sostiene che, dopo il crollo del muro di Berlino, l’adesione entusiastica alla globalizzazione dei partiti ex comunisti, socialisti e laburisti europei li abbia “impiccati” a un modello che si è “sfasciato”, facendogli perdere il senso dell’orientamento: “La sovranità è un concetto talmente democratico che è richiamato nel primo articolo della nostra Costituzione. Oggi, invece, chiunque contesti la mondializzazione viene considerato una fascista.

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Le 3 pesti all’assalto della democrazia

di Salvatore Settis (il Fatto Quotidiano 9-9-2018)

Dando per scontato lo svuotamento delle istituzioni, se ne sbandiera cinicamente un qualche sostituto

Mentre ci lamentiamo dell’incompetenza di chi fa crollare i ponti, non ci avvediamo di quella di chi ci governa

Tre pesti infettano la democrazia in Italia, e dunque la nostra libertà e la nostra vita. Sono germi di ceppi diversi, eppure convergono in un unico gioco al massacro.

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Salvini-Di Maio, altro che cambiamento!

Il Def è il primo, vero banco di prova del governo giallo-verde. Ma darà, probabilmente, anche la misura dell’incapacità della sinistra indistinta di uscire dalle sabbie mobili in cui affonda da qualche decennio.

Il governo M5S-Lega, di fronte al primo, vero banco di prova, il Def (Documento di economia e finanza), mette da parte i proclami roboanti che hanno caratterizzato i primi mesi di esecutivo e si pone in imbarazzante continuità con i governi precedenti, senza cioè marcare una vera, profonda differenza rispetto ad un governo Monti o Renzi.

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Lettera aperta ai segretari di PCI e PRC

di Gianni Fresu*

Nel 1991 aderii con l’entusiasmo della gioventù e la razionalità di una scelta ponderata al PRC, nel 2013 lo abbandonai con il dolore della sconfitta, sapendo che di quel dolore non mi sarei facilmente liberato, non casualmente, dopo, non ho più trovato una realtà che potessi considerare (con la stessa convinzione) la mia casa politica. Negli anni Novanta, quando tutti erano impegnati nell’apologia del neo-liberismo, assumendo i paradigmi della flessibilizzazione e precarizzazione del mercato del lavoro, delle privatizzazioni, dell’adesione entusiastica alla UE di Maastricht, il PRC (pur tra tanti limiti ed errori) è stata l’unica forza organizzata a levare la sua voce critica, a mostrare quanto fosse effimera e destinata a infrangersi contro il muro una crescita economica realizzata a colpi di delocalizzazioni produttive, speculazioni finanziarie, distruzione di diritti sociali, smantellamento delle funzioni di programmazione economica da parte dello Stato.

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Una questione di classe: perché la flat tax conviene al capitale

La flat tax proposta dal Governo di Lega e Cinque Stelle viene presentata come una grande riforma fiscale che sarà di beneficio a tutti i ceti sociali, compresi quelli meno abbienti.

Essa, in realtà, non farebbe altro che privilegiare una categoria assai ristretta di redditi elevati incrementando quel processo di erosione della progressività delle imposte già in atto da tre decenni.

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Numeri per un programma d’opposizione (da Militant)

Mentre Di Maio e Boeri litigavano sugli 8 mila posti di lavoro (precari) che il “Decreto Dignità” farebbe perdere ogni anno, lunedì scorso il Corriere Economia pubblicava i risultati “sorprendenti” di una ricerca realizzata da Eurostat, l’Ufficio Statistico dell’Unione Europea.

Secondo l’Istituto, che fa direttamente riferimento alla Commissione Europea, in Italia mancherebbero oltre 2 milioni di posti di lavoro nel settore pubblico. E questo facendo il raffronto con la media del tasso di occupazione specifico dei paesi della UE a 15 degli ultimi 10 anni.

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