Immigrazione e questione sociale

di Alessandro Visalli

L’immigrazione è il problema davanti al quale il pluridecennale progetto di unificazione del mercato e, in misura selettiva e minore delle istituzioni europee, rischia di fermarsi e di fare passi indietro che potrebbero, se non razionalmente gestiti e politicamente digeriti, essere rovinosi.

Si tratta di un tema sul quale siamo tornati più volte, ma la cui grande complessità mette in gioco costantemente, come se si allargassero dei cerchi nell’acqua, sfondi sempre più larghi e comprensivi.

Si confrontano due posizioni principali: quella di chi, per ragioni morali o di interesse, sostiene la necessità di consentire che le frontiere restino o diventino permeabili e siano attraversate da tutti coloro che sono attratti dalla capacità di inserimento (vera o presunta) nel nostro mercato del lavoro; quella che, per ragioni diverse, percepisce l’urgenza di offrire immediata protezione a chi subisce di fatto la concorrenza delle nuove forze che si immettono sul mercato del lavoro e si candidano ad essere fruitori del welfare.

La prima posizione chiede più apertura, la seconda la totale o parziale chiusura delle frontiere.

La posizione che qui si prova ad articolare fornisce le ragioni e spiega il meccanismo attraverso il quale una crescente immigrazione, governata dal mercato, aggrava una condizione sottostante e preesistente di deprivazione e di esclusione che colpisce i cittadini e lavoratori tutti. Di fronte a questa lettura propone di spostare lo sguardo, dalla immigrazione e dal problema dell’integrazione dei nuovi venuti al problema, più ampio, di creare le condizioni perché non sia il mercato a socializzare gli individui ma che questa funzione sia assunta, apertamente e coscientemente, dalla funzione pubblica come recita in più punti la nostra Costituzione.

Nel testo sono anticipate molte possibili obiezioni a questa linea politica, che implica un profondo ribaltamento della logica e dello stato delle cose presenti, a partire dalla priorità riconosciuta ai Trattati europei rispetto alla nostra Costituzione. Altre potranno essere avanzate, e naturalmente occorrerebbe entrare nel merito di molte cose, ma occorre designare una direzione. Questa non può essere meramente reattiva, rivolta a toccare solo i fenomeni di superficie, o, peggio, di attenuarli quel tanto che basta da superare le tensioni, salvando la funzionalizzazione al mercato, ed alla sua logica distorta, dell’insieme della dinamica.

È necessario definire una strategia sociale e politica, e quindi solo da ultimo economica, che ricomprenda l’immigrazione come caso particolare, per quanto severo, di una crisi di scopo molto più ampia della nostra civiltà. In estrema sintesi ciò che va posto è il tema della concorrenza come ordinatore fondamentale della nostra civiltà, spostandolo in direzione della protezione dei lavoratori tutti a salvaguardia dell’equità nei rapporti tra le persone e della creazione di una società ben ordinata.

Programma

Inizieremo al massimo grado di generalità ed astrazione (1) individuando alcune tensioni sistemiche nel contesto dell’economia interconnessa e fortemente finanziarizzata che ha fatto seguito al dopoguerra retto dal Compromesso di Bretton Woods. Queste latenze sono esplose nel 2008, dando seguito ad un decennio abbondante di profonda ristrutturazione che ha esasperato tutte quelle tendenze già visibili nel decennio precedente senza risolvere nessuno dei suoi problemi. Il capitalismo sta procedendo a disgregare il mondo e inizia a rivoltarsi contro la stabilità del sistema e le élite che se ne giovano.

Quindi sarà individuato l’obiettivo che bisogna porsi (2) per ‘scendere dalle nuvole verbali’ facendosi carico di dire il vero senza ridurre la tensione a superare lo stato delle cose presenti, nella misura in cui sono causa dei danni che vediamo, della diffusa desocializzazione dalla quale deriva l’imbarbarimento del clima sociale e politico.

Diventa necessario (3) individuare, ancora ad alto livello, il meccanismo che opera per rendere l’immigrazione funzionale all’indebolimento del lavoro, o meglio alla sua subordinazione strutturale alle esigenze della valorizzazione. Da questa osservazione scaturisce la necessità di indebolire, o porre sotto accusa, le ‘quattro libertà’ sulle quali è incardinato, sin dall’Atto Unico e dal Libro Bianco della Commissione Delors il progetto di governance multilivello europea.

Sia pure brevemente (4) introdurremo alcuni dati sulla problematica e la sua entità, con riferimento esclusivo all’Italia evidenziando le aree di concentrazione dove gli impatti sono più significativi.

Con l’aiuto di alcune letture (5) individueremo quindi i termini della questione sociale posta dall’immigrazione e il suo funzionamento.

Più in dettaglio (6) focalizzeremo il meccanismo di attrazione endogeno della nuova immigrazione, provocato dalle enclave (o “diaspore”) e le controverse relazioni tra omogeneità culturale e attitudine a sostenere il welfare.

Ne deriva (7) che la vera questione, quella più radicale, non è l’immigrazione ed i suoi effetti diretti, ma l’emancipazione della classe produttiva tutta e la riduzione della inclusione sociale ad inclusione affidata al mercato. Solo riprendere sotto la responsabilità collettiva e pubblica il fondamentale risultato dell’inclusione sociale degli individui per via di corretta socializzazione e adeguata capacitazione si può ottenere una società ben ordinata nella quale è possibile una vita buona e perciò giusta. Per comprenderlo meglio sarà necessario focalizzare l’intreccio di due ‘economie politiche’, rivolte rispettivamente all’immigrazione ed alla emigrazione. Una complessiva economia che corrompe in basso, gestisce in mezzo e sfrutta in alto.

L’unico modo per conservare una società accogliente ed aperta è che questa lo sia per tutti.

Ma questo significa che non si può affidare ai meccanismi del mercato ed alla concorrenza senza freni il compito di sedurre, sradicare ed importare, come fossero merci, persone da tutto il mondo e socializzarle solo e nella misura in cui servono allo scopo di farne utensili in macchine produttive, respingendo il resto dell’umano che portano come scarto.

La soluzione (8) è il potenziamento, radicale e drastico, dell’offerta dei servizi sociali e del welfare. La vera soluzione è questa, non sono i muri. Ma bisogna capirsi bene: nessuno può essere accolto se viene subito affidato alla socializzazione di mercato, perché questa scaricherà sempre su di noi tutto ciò che per esso non ha valore. Lo scaricherà nelle nostre periferie e nelle aree di abbandono.

Il problema dell’immigrazione, è in realtà il problema di una socializzazione distorta guidata dal mercato.

Ma questo porta (9) a dover affrontare importanti conseguenze, occorre recuperare la capacità della società, nella sua espressione politica, di riprendere in mano il suo destino.

Ottenere ciò è necessario prima di accogliere e per poterlo fare integralmente. Dunque puntare ad una società inclusiva, che è quel che vogliamo, significa necessariamente ottenere la piena occupazione ed un società nella quale ognuno si sente protetto e riconosciuto per il contributo che può dare.

Infine (10) è necessario muoversi verso questo obiettivo con una chiara e consapevole strategia di transizione, che rimette il lavoro al suo posto come veicolo primario di socializzazione e che passa per un sistematico potenziamento delle capacità dei nostri territori di sostenere una vita dignitosa, della pubblica amministrazione di far fronte ai bisogni dei cittadini e del lavoro di non sottrarsi a chi lo desidera.

Ed inserire questa strategia entro un ripensamento delle strutture più estrattive della mondializzazione, superando “free trade” e piena mobilità dei capitali e libertà di spostare gli investimenti, ma anche tagliare le lunghe catene del debito che intrappolano il mondo e costringono in posizione coloniale più di metà dello stesso.

Un grande programma necessario.

  • Tensioni sistemiche

Il paese è stremato, dopo decenni di espansione della logica autoreferente del mercato, e una sbornia durata quasi venti anni di crescente sostituzione della produzione di ricchezza che è sempre sociale con le pratiche cieche della finanza; nel 2008 è entrata in una fase di drammatica ristrutturazione che ad oggi dura da dieci anni. La ricerca parossistica della liquidità ad ogni costo e per qualsiasi cosa in modo che di tutto si possa fare mercato ha portato infine al crack che tanti si sono affannati a considerare sino all’ultimo impossibile. Amato e Fantacci mostrano molto bene la logica interna di questo squilibrio strutturale, a tesaurizzazione dissimmetrica, ispirata da desiderio di potenza e di dominio di ristrette élite e dei loro corifei. Le lunghe catene del debito, mai onorato e costantemente tenuto liquido per farne merce di secondo ordine, che attraversano il mondo connettendo tutto e rendendo tutto prigioniero di relazioni pericolose. L’incertezza connaturata allo squilibrio del sistema che si è manifestata fragorosamente nel 2008, ma è sempre stata sopra le nostre teste.

Il mondo, del resto, attraversa la stessa crisi di rigetto nei confronti della forza disgregante del mercato capitalistico che, come un angelo che attraversa la storia distrugge in un turbine il mondo al suo passaggio, spostando ciò che è fermo, connettendo ciò che è separato e separando ciò che è connesso. L’angelo del mercato vive in un eterno presente, del futuro non si cura ed il passato non gli interessa, ogni cosa incorpora e rende oggetto. Ovunque siamo stati convinti, da interessati cantori, che una modernità fattasi liquida, senza punti di riferimenti stabili, creasse comunque opportunità nuove e consentisse innovazione. Da tempo abbiamo dovuto constatare che la promessa era un inganno ed ha allungato le sue catene su di noi.

In tutto il mondo sono cresciuti invece pochissimi vincenti, connessi, ottimisti, pieni di energia e di vitalità, e legioni intere di perdenti, o di probabili tali, di semi-perdenti, di persone che ‘se la cavano’ ma temono la prossima curva[1]. Come ha scritto di recente Spannaus, è cominciata allora la “Rivolta degli elettori”, ovvero di quei cittadini che si sentono messi da parte. Nel 2016 abbiamo avuto la Brexit, Trump, le elezioni francesi, il referendum italiano, nel 2017 le elezioni tedesche sembrano aver dato un poco di sollievo, ma nel 2018 è arrivata la bomba italiana.

L’Italia è una crisi dentro la crisi, si tratta del solo luogo in cui due diversi ‘populismi’ si sono alleati contro tutti i partiti del vecchio centro politico (quelli più di sinistra e quelli più di destra) e li hanno spazzati via. Il paese dove, quasi senza accorgersene entrambi pongono sotto accusa l’economia selvaggia dell’ultimo trentennio attraverso le sue necessarie conseguenze.

Il paese soffre anche l’incapsulamento delle prassi democratiche, costituzionalmente costituite e fondate sulla sostanza normativa accumulata nel corso del novecento, in una struttura conforme al mercato nella quale il locale ed il nazionale sono embricati strettamente nel sopranazionale[2] e quindi sono insieme finalizzati a proteggere e garantire i profitti a prescindere dai loro effetti sulla socialità e sulle biografie. Questo è l’avversario da sconfiggere in questa fase[3].

  • 2- Obiettivi

Lo scopo di questa ritrovata autonomia deve essere di giungere ad una economia civile, incorporata nella società e per questo sociale, che non sia guidata dal mercato[4]. Una posizione discendente da questi principi e dalla necessità di “scendere dalle nuvole verbali”, come diceva Marx dei francesi di Guesde (nella lettera a Sorge nel 1880), facendosi carico della realtà.

Comprendere e farsi carico significa anche riconoscere, dire il vero sull’ineguale disagio che si somma a condizioni già intollerabili.

Ne “Il cespuglio inestricabile”, in sintesi, era stato sostenuto che il tema dell’immigrazione/emigrazione[5] è solo un rilevantissimo frammento di un problema molto più grande di necessaria ridefinizione del modello di sviluppo e geopolitico, del modo di produzione del sistema-mondo contemporaneo, e quindi di riassetto del posizionamento del paese nella competizione e cooperazione internazionale. Un tema fortemente presente nel discorso della Wagenknecht e di Aufstehen, non a caso insieme ed intrecciato alla questione sociale.

Bisogna venire quindi a discutere:

  • con il progetto europeodi integrazione subalterna delle periferie rispetto ad un ‘core’ che è essenzialmente rappresentato dal network finanziario-industriale nordico e dai suoi clientes connessi da una rete logistica e funzionale polarizzata,
  • di politiche industriali e commerciali integrate a politiche di regolazione finanziaria,
  • della regolazione dei flussidi tutti gli aspiranti lavoratori entro un mercato del lavoro visto dinamicamente.

L’obiettivo generale dovrebbe essere di attivare gradualmente le condizioni di scarsità invertite che attivino una dinamica ascendente esattamente opposta a quella in essere: competizione tra capitali per acquisire lavoro, aumento della produttività, cioè del saggio estrazione di valore, per via di investimenti, spostamento del paese su segmenti di valore superiori.

In altre parole, bisogna porre la questione della concorrenza determinata dalla domanda di lavoro gestita dal capitale a livello decentrato (attraendo disperati per ridurre la forza contrattuale del lavoro autoctono) e spostare l’agenda della discussione sull’equità nei rapporti delle persone e quindi sulla protezione dei lavoratori tutti, attraverso la riduzione della concorrenza tra di loro.

  • Il meccanismo

In un mondo ideale, o almeno parzialmente tale, in cui dalla famiglia che si fa tenere il giardino o chiede servizi domestici (o di cura), all’azienda agricola e di trasformazione, all’industria artigiana e su per la filiera (senza dimenticare la logistica), chi venisse scoperto a ridurre i diritti delle persone in base all’etnia o lo stato civile pagasse sanzioni severissime, fino al sequestro dell’azienda ed a conseguenze penali, il problema di regolare in modo forte l’immigrazione ex ante calerebbe di molto. Anche in quel caso, ovviamente, una volta giunti dalle parti del pieno impiego l’importazione di nuovi lavoratori tornerebbe ad essere, per i datori una efficace alternativa all’aumento dei salari, ma la dinamica tenderebbe a prodursi verso l’alto, e andrebbe quindi regolata, invece che come ora sempre più verso il basso.

Ma fino a che non si vince questa battaglia non si può continuare a consentire che le tensioni del sistema si scarichino sempre sui lavoratori (italiani o non). Al sistema indefinitamente flessibile richiesto dal capitale mobile occorre opporre in altre parole degli elementi di rigidità che rifiutano la logica della valorizzazione a qualsiasi costo.

In altre parole, il meccanismo che va depotenziato è quello per il quale se nei settori in cui le produzioni sono rivolte a mercati globali[6], si riesce a garantire la piena mobilità dei fattori produttivi capitale e conoscenza, si ottiene per ciò stesso che questi possano andare sistematicamente a rintracciare quelle condizioni locali di relativa abbondanza del fattore mancante (lavoro ed ambiente) in modo che il loro saggio di sfruttamento sia massimo. Ciò a fronte del ricatto di non collocarsi lì ma andare dal secondo migliore e via dicendo. Il fattore meno mobile è in decisiva posizione di svantaggio.

L’immigrazione, dunque la resa in condizione mobile anche del lavoro, adempie la stessa funzione; a questo punto il capitale può generare ovunque le desiderate condizioni di inflazione (e quindi debolezza) del fattore mancante.

Dunque senza riuscire a toccare tutte quattro le cosiddette “libertà” alla base dei Trattati Europei è difficile produrre una soluzione. Ovvero sono tutte e quattro le “libertà” da rimettere in questione. O meglio è il concetto stesso di libertà da mettere in questione: sottraendolo all’anemica e astratta definizione liberale, come ad una logica semplicemente funzionale.

Qui la questione, cioè, non è affatto di chiudere frontiere, ma di garantire l’equilibrio dei mercati senza che questo viva della sistematica svalutazione di un fattore produttivo. Ed in particolare del lavoro, che non è solo un fattore produttivo ma in modo inseparabile (Polanyi) è vita.

E’ chiaro che tutto questo è del tutto incompatibile, assolutamente incompatibile, con il sistema attuale di esasperata e disperata competizione e di tendenziale deflazione dei prezzi delle merci di base e dei servizi[7]. I prezzi dei servizi di cura, di molti servizi, di ristoranti, bar, negozi in alcuni casi, grande distribuzione, logistica, produzione di cibo, etc. aumenterebbero, ci sarebbe un possibile impatto negativo sui settori più deboli e sulle aziende poco remunerative, tendendo a metterle fuori mercato, soprattutto in quanto esposte alla concorrenza estera attraverso l’importazione di merci e la mobilità di capitale. Dunque, come diremo alla fine, bisognerebbe contestualmente limitare la mobilità di capitale (in uscita) e di merci (in ingresso), riportandoci più vicini all’assetto dei trenta gloriosi. Ci sarebbe anche da vincere la resistenza di coloro i quali dell’attuale assetto si giovano. Si tratta di una potente coalizione sociale che va dall’industria monopolistica e/o internazionalizzata, in particolare se opera nei settori a minore valore aggiunto (cantieristica, trasformazione prodotti food, …) alle industrie, anche artigiane, a minore internazionalizzazione e compresse nel mercato interno in via di restringimento (edilizia), o nei servizi anche alle persone e famiglie e nel commercio.

  • I termini del problema

A grandi linee solo il 10% degli addetti dell’industria sono extracomunitari, mentre ben il 20% degli addetti al settore edile, alberghi e ristorazione e una grande presenza nel settore dei servizi personali (dove sono quali il 40% degli addetti e nel quale lavorano circa il 25% degli stranieri).

Secondo i dati del Ministero del Lavoro la popolazione straniera in Italia è aumentata in sei anni di quasi il 40%, per circa 1,4 milioni di persone. Nel 2017 l’VIII Rapporto Annuale “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia” conferma che “la forza lavoro UE ed Extra UE ha controbilanciato, fino al 2015, la contrazione occupazionale che ha investito la componente italiana”, dal 2015 fino al 2017 il tasso di assorbimento degli italiani ha preso a sopravanzare quello degli stranieri nel loro insieme. Questi trend, pur positivi, sono trainati tuttavia dall’incremento solo del lavoro a termine e quindi precario. Insomma, cresce ancora e sempre il lavoro debole, con “una forte espansione del lavoro intermittente e il netto aumento della somministrazione”. Questo in termini assoluti, in termini percentuali, invece, “nel recente periodo l’incremento tendenziale degli occupati comunitari è stato pari a +0,1% a fronte di un +1,3% degli extracomunitari, così come la variazione positiva delle assunzioni nel primo caso è stata dell’1,6% e nel secondo del 13,7%. Parallelamente la contrazione dei disoccupati Extra UE (-3,6% rispetto al 2016) è stata più netta di quella rilevata per gli UE (- 0,5%)”. Inoltre la retribuzione media annua dei dipendenti extracomunitari (regolarmente registrati) è inferiore a quella dei lavoratori comunitari del 35%. Il Rapporto ammette quel che appare ovvio, ma è negato da alcuni: “salari di riserva più contenuti e una segregazione professionale schiacciata su profili a bassa qualificazione, nel complesso garantiscono una più ampia appetibilità della forza lavoro immigrata”. Infine illustra una evidenza che spiega molta parte della tensione che si registra su questo tema: la disuniforme concentrazione. “Esistono sistemi datoriali comunali nei quali il fabbisogno di manodopera, ovvero il flusso di assunzioni registrato, è esclusivamente legato alla componente straniera; ci sono specifiche comunità il cui lavoro ha una forte connotazione microgeografica e la cui presenza in alcune aree è rarefatta, mentre in altre, di contro, è densamente localizzata. I dati presentati mostrano sovente piccole o piccolissime realtà sub-provinciali, mercati del lavoro molecolari in cui la presenza di cittadini stranieri – e delle loro famiglie – è elevata”.

  • La questione sociale

Per comprendere meglio la natura del problema occorre per prima cosa operare uno spostamento di attenzione, le problematiche connesse con il flusso di immigrazione governato dal mercato non sono solo economiche, ma principalmente sociali. L’economista Paul Collier, uno specialista certamente non accusabile di marxismo, in “Exodus”, condivide la stessa visione della sua collega Sahra Wagenknecht: come nel commercio internazionale lo scambio tra chi offre lavoro e chi lo acquista determina sempre dei vincitori e dei vinti. Nel caso i primi sono normalmente i datori di lavoro (industriali e borghesi che acquistano lavoro disciplinabile ed a basso costo), e nei casi migliori gli immigrati, mentre chi perde sono i ceti deboli che entrano in oggettiva competizione sia per i salari, sia per le case, sia per il welfare. Di analoga opinione è Joseph Stiglitz, che nella Postfazione al suo libro “L’euro” ricorda opportunamente come “c’è più di un fondo di verità” nell’accusare la liberalizzazione del commercio e l’immigrazione di aver avuto “un ruolo importante”. Non si è trattato dell’unico fattore (ad esempio conta anche l’avanzamento tecnologico), ma commercio e immigrazione sono questioni di scelte. Potevano essere prese scelte diverse, e anche lasciando la liberalizzazione dei commerci e dei flussi potevano essere messe in campo politiche di adattamento volte a ridurne gli effetti, ma in modo molto significativo le stesse forze che hanno chiesto a gran voce la caduta di ogni barriera si sono opposte a salari minimi, incremento del welfare, politiche industriali e della ricerca, formazione pubblica. Per attuarle bisognava infatti rinforzare l’azione pubblica e aumentare la tassazione sui vincitori (cioè ciò che è scritto in ogni manuale universitario di commercio internazionale), ma lo scopo era esattamente l’opposto.

Per quanto riguarda l’immigrazione il premio nobel americano riconosce che si tratta di un tema intriso di emotività e sensi di colpa, ma “da un punto di vista strettamente economico” la cosa è molto chiara e semplice: “con curve discendenti della domanda (il caso abituale), un incremento dell’offerta porta normalmente a un prezzo di equilibrio più basso. Sui mercati del lavoro questo significa che un afflusso di lavoratori dequalificati porta a una diminuzione dei salari. e quando i salari non possono scendere oltre, o non vengono diminuiti, ne consegue una maggiore disoccupazione” (p.347).

Questo fenomeno è ovviamente più forte dove già c’è disoccupazione.

Le eccezioni sono quando un flusso di lavoratori molto qualificati induce, concentrandosi magari in qualche “hub dell’innovazione” un incremento della produttività e questa trascina verso l’alto i salari. potrebbe essere il caso di alcuni casi di studio molto famosi, come l’emigrazione da Cuba (paese ad altissima scolarizzazione) concentrata in un’area relativamente ristretta nella quale preesistevano reti di accoglienza e socializzazione potenti. Oppure un flusso di rifugiati ricchi, con i beni al seguito, che può indurre un incremento della domanda di beni, e quindi effetti a cascata sulla produzione ed i salari. Certo, in questo caso, potrebbero esseri pesanti effetti collaterali sul mercato immobiliare, e in generale sull’inflazione dei beni bersaglio della spesa, rendendoli inaccessibili ai lavoratori locali.

A parte queste eccezioni, in Europa, si vede un flusso crescente di rifugiati che porterà effetti distributivi importanti e di segno opposto:

– “per i lavoratori in termini di riduzione dei salari e crescita della disoccupazione”,

– Per le aziende festeggiando “i vantaggi procurati dall’abbassamento del costo del lavoro” (è quel che si intende quando si festeggia un incremento della “competitività”).

Dunque le cose sono piuttosto semplici, per Stiglitz: “l’onere ricade tutto sulle spalle di chi è meno equipaggiato a sostenerlo” (p.348).

Non si tratta di un fenomeno nuovo, perché è esattamente quel che è già accaduto con l’“idraulico polacco”, cioè con l’allargamento ad Est. In quel caso non c’è stata gestione e la pressione sui lavoratori, come ovviamente voluto, è cresciuta “per creare un mercato occupazionale più docile, in cui finalmente i sindacati non avrebbero più creato problemi”. Tutto ciò è perfettamente coerente con l’agenda neoliberista “che, secondo molti, è al servizio delle multinazionali”.

Anche per l’immigrazione, come per l’Euro, insomma, i fautori hanno sopravvalutato i vantaggi e sottostimato gli effetti distributivi e le conseguenze.

Non è neppure vero che in un paese che offre almeno “una parvenza di servizi egualitari” nel complesso ci sia un vantaggio: anche qui è l’opposto. E comunque se ci fosse davvero una somma di vantaggi (per i più forti) maggiore dei costi concentrati sulle classi sociali più deboli, allora bisognerebbe effettivamente risarcirle. Ovvero bisognerebbe tralasciare le favole sull’austerità, aumentare significativamente la spesa pubblica sociale e la tassazione sui ceti e classi che se ne avvantaggiano (come anche, come vedremo, attuare trasferimenti tra zone beneficiate e danneggiate). Invece si fa altro, si favorisce l’immigrazione proprio mentre si aumenta l’austerità, si contraggono le spese sociali e si riducono le tasse per finanziarla.

D’altra parte si dice che ci siano vantaggi anche per i paesi dai quali gli immigrati partono, ovvero dai paesi colpiti dalle nostre inique politiche commerciali: anche qui Stiglitz è di altra opinione. Quando in un paese le persone di maggior talento, o semplicemente le più intraprendenti, partono si ha una sorta di “svuotamento” dell’economia locale. A causa di un meccanismo simile ma opposto a quello dell’alta immigrazione negli “hub”, il mercato del lavoro si indebolisce, le imprese si ricollocano su segmenti più poveri con concorrenza più alta e i salari medi scendono. Potrebbe anche aumentare anche la disoccupazione. Inoltre ci sono effetti di rafforzamento sull’indebolimento della capacità fiscale, dunque sulla spesa pubblica e quindi sul tenore dell’ambiente locale. Quando 7500 medici greci sono emigrati in Germania il paese mediterraneo ha perso sia gli investimenti in capitale umano compiuti sulla loro formazione, sia le capacità della propria sanità.

Le rimesse (che in genere diminuiscono man mano che l’immigrato si integra, costringendo la famiglia di provenienza a reiterare il processo) non sono sufficienti a bilanciare questi effetti negativi.

Dunque l’insieme di questi meccanismi, e questa è la cosa veramente importante, produce percorsi autorafforzanti “di divergenza anziché di convergenza” (p.350). Si ottiene una sempre maggiore polarizzazione e la crescita delle ineguaglianze, che colpiscono sia i paesi di provenienza sia di destinazione. E nella quale “gli unici a uscirne sicuramente vincitori sono i migranti stessi e le aziende che sfruttano il loro lavoro a un costo inferiore”, ma la loro vittoria è a spese dei cittadini che restano nei paesi di partenza e di quelli tra i più deboli di quelli di destinazione.

Questa competizione è strutturalmente richiesta dall’assetto istituzionale contemporaneo che demanda interamente o quasi al mercato la socializzazione delle persone.

  • Il meccanismo delle diaspore e la questione dell’omogeneità

Ma emigrare costa e richiede organizzazioni, sia durante il viaggio sia, e soprattutto, una volta giunti a destinazione. Rivestono quindi importanza cruciale e strategica le “diaspore”. In sostanza è necessaria per ridurre il costo economico, sociale e personale, la presenza di una comunità locale strettamente coesa di concittadini, culturalmente compatibili, che determina un enorme abbattimento dei costi di emigrazione sopportati, ma rischia anche allo stesso momento di ostacolare l’integrazione. Le ‘diaspore’, quindi, sono decisive nel far accelerare il fenomeno e nell’allontanare il possibile punto di equilibrio e stabilizzazione. Con le parole di Collier: “il tasso migratorio è determinato dall’ampiezza del divario di reddito, dal livello di reddito nei paesi di origine e dalle dimensioni della diaspora” (p.32). Sotto questo profilo la dimensione del flusso dell’immigrazione dipende dal divario di reddito e dallo stock di migranti precedente che non si è integrato. In particolare la dimensione dello stock non integrato (ovvero della ‘diaspora’) dipende dalla trasmissione interpersonale della cultura e degli obblighi. Chiaramente il perimetro delle diaspore è fluido e continuamente attraversato da persone che arrivano e da persone che, integrandosi, ne escono.

Ci sono tre semplici conclusioni:

  • L’immigrazione dipende dalle dimensioni della diaspora (che, in sostanza, la attrae),
  • L’immigrazione alimenta la diaspora, mentre l’integrazione la diminuisce,
  • L’indice di integrazione (percentuale di chi esce dalla diaspora ogni anno) dipende dalla dimensione, quanto più grande è la diaspora quanto più piccolo è l’indice.

Come sostiene anche Robert Putnam (che non è un autore conservatore), inoltre, ma anche molti altri (ad esempio Tony Judt) l’immigrazione riduce il capitale sociale della popolazione autoctona, la mutua considerazione e la propensione a tenere conto dell’equità. Dunque in effetti, per una serie di ragioni tecniche e di psicologia sociale, più sale la diversità, più è probabile che peggiori l’erogazione dei beni pubblici. Si tratta di un effetto del quale è difficile individuare la direzione causale, ma che sembra ad analisi empiriche condotte sul caso svedese in particolare più forte quanto più (1) avviene in modo rapido e (2) i servizi sono già deboli e si è in presenza di elevata disuguaglianza e quindi polarizzazione e segregazione. L’assenza delle condizioni (2) sembra neutralizzare l’effetto desocializzante e di erosione della coesione sociale dell’immigrazione. Ovviamente fino a che la rapidità e densità dell’immigrazione, che tende ad accelerare quanto minore è l’integrazione, non sopravanza l’offerta di servizi di socializzazione.

Il problema è così tratteggiato.

Contrariamente alla normale intuizione infatti: “dato un certo divario di reddito tra i paesi di origine e il paese ospitante, più il paese d’origine è culturalmente distante dal paese ospitante, più alto sarà il tasso migratorio nel tempo” (C. p.85), quindi anche più alti i costi sociali connessi alla perdita di fiducia.

In altre parole, come sostiene Paolo Borioni (in conversazioni private), “ciò corrisponde all’epoca presente: erosione della eguaglianza che già di per se erode il senso e il consenso delle élite politiche (non tanto ma anche del welfare in questo caso) cui/specie se si aggiunge l’immigrazione che moltiplica il dissenso verso ambedue”. Cioè, sempre Borioni, “l’omogeneità/identità è un fattore ma non è il più importante. Il punto centrale è che integrare persone nuove con esigenze nuove necessita di 1) spazi di crescita, mentre il regime attuale europeo nega la domanda interna quale spazio di crescita, a partire da salario e welfare; 2) politiche di welfare, istruzione e abitative e infrastrutturali. Il punto è: in passato queste esistevano in maniera soddisfacente di fronte a sfide minori. Oggi esistono in modo minore di fronte a sfide crescenti, di cui la maggiore tendenziale diseguaglianza e l’immigrazione sono le maggiori”.

  • La questione sociale e l’economia politica dell’immigrazione

Quindi la vera questione qui non è l’immigrazione, o la sicurezza, è la questione sociale.

Bisogna scendere dalle ‘nuvole verbali’ al terreno della realtà. Puntare all’emancipazione della classe produttiva, subalterna nel sistema di produzione dominato dalla cieca valorizzazione del valore (la formula è del Gruppo Krisis) che coinvolge tutti gli esseri umani, senza distinzione di sesso, razza, cultura e provenienza.

Bisogna porre argini alla tendenza distruttiva del sistema mondo del capitalismo contemporaneo a non lasciare ovunque alcuna alternativa praticabile alla dissoluzione dell’individuo nell’ordine economico retto dal mercato.

Ovvero alla concorrenza come principio inaggirabile di ogni ordine umano-non-più-umano. A tutti i processi che riducono l’inclusione sociale a inclusione di mercato.

Produrre nuovamente una società ben-ordinata ed orientata ad una vita buona e perciò giusta, nella quale si può e si deve accogliere tutti coloro i quali sono in effettivo rischio per la vita o libertà.

La dinamica delle emigrazioni ed immigrazioni determina, infatti, una complessiva ‘economia politica’ caratterizzata da importanti fenomeni di corruzione degli assetti sociali e culturali, di gestione come oggetti d’uso dei corpi estratti, e di potenziamento dello sfruttamento a causa dei normali meccanismi di creazione del valore di scambio. Non bisogna leggere questo fenomeno come razionalizzazione, ma come un progressivo allargamento dello spazio dominato e controllato dal mercato, e per esso dalla finanza, nell’intreccio di due “economie politiche” reciprocamente rimandantesi.

La prima, l’“economia politica dell’immigrazione”, la nostra, che fa scaturire una insaziabile e crescente spinta estrattiva e insieme di trasformazione (spingendo l’uomo a ripensarsi come ‘forza lavoro’, adattandosi alla relativa disciplina) che via via incorpora ‘risorse’ (umane) per fornire risposta ad una domanda di lavoro debole e disciplinato, insaziabilmente prodotta dall’attuale economia interconnessa e finanziarizzata nella quale tutti sono sempre in concorrenza con tutti sotto il pungolo del capitale mobile e continuamente valorizzante. È essenziale in questo senso che il meccanismo del recupero di margini di valorizzazione, attraverso la riduzione costante dei costi (in primis del costo più ‘inutile’, quello del lavoro), sia sempre in movimento; sia sempre un poco più veloce del paese vicino. Quindi è essenziale che il lavoro sia un poco più debole, un poco più disciplinato, giorno dopo giorno, anche a costo di espellere e sostituire chi non abbia la possibilità materiale di piegarsi, o non voglia. Il ricatto davanti al quale ci troviamo tutti è semplicemente che l’unica alternativa, in condizione di piena mobilità dei capitali, è che ad andarsene siano invece i processi produttivi. Dunque non resta che importare forza lavoro sempre più debole, per rendere debole quella che c’è, o lasciare tutti a casa. L’effetto di questa dinamica, trascinata dalla valorizzazione differenziale nella metrica della finanza che mette in contatto e costringe alla competizione il mondo intero, è che è nelle aree del lavoro debole che si concentra, in diretto contatto con coloro i quali sono sfidati e pungolati a ‘maggiore efficienza’ (che normalmente significa minori compensi a parità di lavoro produttivo), l’attrazione di ‘forza lavoro’ sostitutiva. Il processo è strutturalmente simile per i lavoratori-raccoglitori dei pomodori nelle piane pugliesi, o campane, per i lavoratori-manifatturieri nei cantieri navali o nelle fabbriche e fabbrichette in subappalto disseminati nelle nostre periferie industriali, per i lavoratori-domestici che sono nelle nostre case e per i lavoratori-professional che sono messi in competizione con le piattaforme Ha dunque ragione chi dice che il problema è nel rapporto di forza con il capitale, ma nello stesso momento ha torto: perché nel dirlo non si fa carico davvero della materialità del problema nei luoghi in cui si determina.

Questa dinamica di attrazione differenziale, ulteriormente accentuata dal meccanismo stesso dell’attrazione (influenzato dal percorso, come dicono gli economisti, e quindi dalla preesistenza di reti di relazione, strutture sociali di accoglienza, “diaspore”) che tende ad accrescere la presenza dove è già maggiore, esercita obiettivamente una pressione al disciplinamento che è letto come oggettivamente violento (anche se la fonte non è nei corpi dei concorrenti per il lavoro debole ma in ciò che lo rende tale). Nessuno può riaprire una relazione sentimentale con le classi popolari se non comprende questa dinamica, se si limita intellettualisticamente a qualificare come brutti, sporchi e cattivi, e razzisti, coloro che se ne sentono vittime.

Ma a questa si affianca ed è intrecciata strutturalmente la “economia politica dell’emigrazione”, la “ricostruzione/riordinamento” si affianca alla “distruzione/spopolamento”. Perché le persone che sono ‘aspirate’ in occidente dalla domanda di lavoro debole, alimentano anche il trasferimento di poveri surplus monetari che insieme alla trasformazione dei pochi settori produttivi in industria da esportazione estranea al tessuto locale e dipendente dai capitali esteri, attraggono e corrompono, disgregandole, aree ancora relativamente esterne al circuito della valorizzazione, contribuendo a “monetizzarle”, ovvero a ricondurle entro il circuito astratto e impersonale del capitale e della sua logica. In qualche misura questo paradosso è stato oggetto di analisi della tradizione marxista sin dal suo avvio, e delle esitazioni dei suoi padri ed è al centro della riflessione della Wagenknecht.

Questo processo va infatti inteso come “razionalizzazione”, ed alfine giudicato una sia pure dura necessità (come inclinava a pensare il vecchio Engels)? Oppure come un non necessario sacrificio, un calice che potrebbe anche passare, se si avesse il tempo di prendere il proprio percorso (come inclinava a pensare il vecchio Marx, ma non il giovane)? Ha ragione lo zapatista e neo-anarchico Marcos o il post-marxista Negri?

In altre parole, questa ‘economia’ che corrompe in basso, gestisce in mezzo e sfrutta in alto è senza alternative, perché in fondo coerente con la direzione della Storia? O è solo coerente con i “campi sentimentali” dei millennials (e dei loro profeti), che individualisticamente vedono la mobilità attraverso le frontiere come liberazione?

La risposta è che si può conservare una società aperta ed accogliente, amichevole e inclusiva, ma ad un’unica condizione: questa lo deve essere verso tutti.

Non si può affidare ai meccanismi del mercato, alla concorrenza senza freni e senza cuore, il compito di sedurre, sradicare ed espiantare, importare come fossero merci persone da tutto il mondo e socializzarle solo nella misura e per gli scopi di farne utensili intercambiabili dentro macchine produttive.

  • La soluzione, il potenziamento

La soluzione passa quindi per un potenziamento drastico dell’offerta di servizi sociali. In altre parole, è il welfare la soluzione, non i muri, ma ciò significa che nessuno può essere accolto se viene affidato alla socializzazione di mercato, perché questa troverà sempre il modo di scaricare su di noi i costi; e lo sta facendo.

Passando sul piano delle soluzioni pratiche, da una parte, come scrive Laurent Joffrin nello speciale “Immigration l’embarras des gauches européennes”, nel suo editoriale: “non esiste che una sola politica moralmente e politicamente accettabile: la regolamentazione umana dell’immigrazione. [cosa che] Suppone che venga mantenuta chiaramente la distinzione tra rifugiati, destinati all’accoglienza e migranti economici, di cui l’entrata deve essere subordinata alle possibilità di impiego e alla capacità di accoglienza”. Ma ciò, d’altra parte, nell’articolazione di una via di mezzo tra l’aspra difesa dei confini e la pulizia delle enclave già create, che vuole la destra, e l’insostenibile e incoerente richiesta di dissolverli (con conseguenze che nessuno può valutare, in primo luogo chi la propone), “presuppone che siano disponibili i mezzi necessari per organizzare l’integrazione dei nuovi arrivati”.

Questa proposta di Joffrin è quindi insufficiente: in condizioni di scarsità e di ripiego costante della funzione pubblica e dello Stato Provvidenza che aveva reso possibile accettare ingenti flussi in passato, senza provocare le conseguenze odierne, bisogna che siano disponibili i mezzi necessari per integrare tutti.

Bisogna, cioè, che le condizioni di scarsità siano rimosse. Non esiste altra soluzione al problema dell’immigrazione, che è in realtà il problema di una socializzazione distorta guidata dal mercato.

Per accogliere devo socializzare.

Per socializzare devo consentire ad ognuno di disporre delle necessarie risorse, di avere un fondo di consumi pubblici al quale accedere e che garantiscono la sua dignità e capacità. Servono tre fonti di capacità:

  • Capacità materiali, garantite da investimenti pubblici e privati;
  • Capacità di ricezione culturale, possibilità di diventare davvero ‘italiani con il trattino’ (Walzer), non solo cittadini rispettosi delle leggi e capaci di comprenderle;
  • Capacità di contribuire alla nazione, di assumerne i doveri e diritti.

Dal punto di vista del meccanismo macroeconomico bisogna creare le condizioni per invertire la tendenza a deflazionare i salari anche usando la costante espansione guidata dal mercato della forza lavoro debole. Da un mercato che nelle attuali condizioni sceglie liberamente chiincludere e chi espellere. Mercato che quando sceglie di espellere, e quindi desocializzare, i lavoratori stanziali e convinti di avere un legittimo diritto alla partecipazione alla vita comune provoca la loro reazione morale.

Non è questa una questione facile da aggirare, e non è una questione nuova nella storia del movimento dei lavoratori, nella sua drammatica complessità è stata affrontata da Marx, ad esempio nel 1870, da Engels già nella sua opera giovanile, come racconta Joffrin da Jaurès nella Sezione Francese dell’Internazionale Operaia, nata dalla fusione con l’ala radicale di Guesde, o il PCF di Marchais ancora negli anni settanta.

  • Le conseguenze

Ciò porta al vero problema connesso con la questione sociale, che è il cuore della questione degli immigrati: la capacità della società, nella sua espressione politica, di riprendere in mano il suo destino. A ben vedere significa rimettere in questione la mondializzazione dei capitali, delle merci e dei servizi, e di quella particolare merce che è la forza-lavoro.

Non abbiamo bisogno che il mercato attragga forza-lavoro, lasciando gli uomini che la portano come sottoprodotto, come scarto, nelle nostre strade e campagne. Abbiamo il dovere di orientare il mercato, come dice l’articolo 42 della nostra Costituzione, alla sua funzione sociale. Economia civile e processo di inclusione sociale come fatto politico totale.

Nessuno deve essere remunerato meno di un lavoratore normale, perché tutti sono lavoratori normali. Ciò deve significare:

  • sanzioni severissimeper chi scarica sulla società il peso di cui non vuole assumere la responsabilità. Chi lo fa si pone fuori della società e viene meno ai suoi doveri verso di essa.
  • Progressiva inclusionenei diritti di cittadini e immediato accesso ai servizi universalisti (istruzione, salute),
  • Presa in carico delle dotazioninecessarie per garantire l’inclusione sociale piena, per tutti e sempre.

Il punto cruciale è che bisogna garantire queste condizioni prima di accogliere e per accogliere come persone integralmente riconosciute e valorizzate immigrati che altrimenti attraverso il mercato sarebbero solo forza-lavoro e scarti abbandonati nelle nostre strade.

Puntare ad una società inclusiva significa puntare alla piena occupazione e ad una società in cui ognuno si sente protetto e riconosciuto per il contributo che può dare.

  • La strategia di transizione

Occorre, però, come è evidente una strategia di transizione. Bisogna rimettere il lavoro al suo posto, come veicolo primario di socializzazione. Ciò significa, almeno:

  1. avviare un programma straordinario di riqualificazione delle periferie, di case popolari, di offerte convenzionate, di controllo indiretto dei prezzi degli affitti (operando sul 20-30% di alloggi inutilizzati nelle nostre città) impedendo che la dinamica della renditaconcentri il disagio;
  2. Potenziare la capacità operativa della Pubblica Amministrazione, in tutti i settori dell’accoglienza e dei servizi ai cittadini, attraverso un grande piano di assunzioni stabili nell’istruzione di sostegno, nella sanità distribuita e di prossimità, nei servizi sociali;
  3. Avviare un programma straordinario di “lavoro di ultima istanza”.

Lo scopo del programma straordinario deve essere alzare di un gradino le condizioni del lavoro, capacitando e potenziando la forza negoziale dei lavoratori e insieme integrando i non integrati.

Tutto ciò è incompatibile con lo stato delle cose presenti.

Quindi occorre affrontarlo in modo più ampio, entro un progetto di società diverso, che superi lo stato delle cose presenti e non si lasci guidare dagli spiriti animali ed irrazionali del capitalismo.

Impegnare un grande campo di battaglia:

  1. Regolare il commercio in modo che dal “free trade”, si passi al “fair trade”, come propone Dani Rodrik in questo altro articolo, nel quale chiarisce che il commercio internazionale non è un rapporto di mercato, ma una ‘istituzione globale’ (come il lavoro) che riconfigura i rapporti complessivi accordi incorporati negli assetti istituzionali e sociali.
  2. Ostacolare la mobilità dei capitali, per ridurre brutalità e complessità delle catene produttive transnazionali che aspirano sempre più lavoro subalterno come effetto indiretto della loro costitutiva spinta agli “iperprofitti” (cioè a profitti a qualsiasi costo e senza freni, nel tempo corto o istantaneo, senza sostenibilità, della finanza e dei servizi ad essa funzionali) e della logica organizzativa che questa determina, inducendo una continua espansione del campo di ciò che può essere “finanziarizzato”, che di fatto smembrano la realtà sociale, promuovendo una estrema disuguaglianza.
  3. Revocare le politiche predatorieed imperiali, che supportano sistematicamente l’insediamento di catene lunghe di sfruttamento e la valorizzazione del capitale mobile.

Grande programma, ma necessario.

Note

[1] -I libri di Milanovic ne sono ottima testimonianza, sia “Mondi divisi”, del 2005, “Chi ha e chi non ha”, del 2011, sia “Ingiustizia globale”, del 2016

[2] – Si veda il lavoro pluridecennale di Saskia Sassen

[3] – A margine giova ricordare che è il progetto europeo ‘realmente esistente’ ad essere il punto di maggiore espressione di questo ambiente normativo che si è sviluppato adattivamente a cavallo tra i due millenni. Esso si lascia interpretare in modo più coerente come neutralizzazione democratica ben riuscita, quindi è ben lungi dall’essere incompleto.

[4] – per un discorso generale si veda ad esempio Jean-Claude Michéa, “Il vicolo cieco dell’economia”, e, da un’altra prospettiva, Luigino Bruni, “Il mercato e il dono

[5] – quelli che “migrano” sono solo gli animali, gli uomini sono sempre socializzati

[6] – dunque in cui le merci, ovunque prodotte, possono essere vendute su ogni mercato alle stesse condizioni

[7] – mentre alcuni beni di lusso e finanziari prendono la direzione opposta

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