Circa il patriottismo costituzionale

di Alessandro Visalli

«Una simile forma di “Patriottismo Costituzionale”, che si nutre dell’interpretazione dei momenti più alti della nostra storia e dell’ancoramento alla sostanza di liberazione delle nostre istituzioni, anzi dello “spirito oggettivo” di queste, nella loro eticità, non è incompatibile con gli obblighi auto assunti nei confronti dell’umanità in generale, ma li sostanzia».

Alcuni recenti interventi hanno riproposto nell’arena politica italiana la parola d’ordine del “Patriottismo Costituzionale”.

Il termine si incontra alla fine degli anni ottanta nel dibattito di lingua tedesca su proposta di Habermas (il Verfassungspatriotismus) in opposizione al nazionalismo proprio della storia della prima metà del novecento. Il “patriottismo” rivolto alla Costituzione implica, cioè, lealtà alla sostanza universalista della libertà ed alla democrazia incorporata nelle costituzioni novecentesche ed opera una cesura sistematica tra l’ideale politico della nazione fatta da cittadini e quella immaginata costituita da un “popolo”; dunque intesa come unità prepolitica fondata su fattori come linguaggio e cultura (per non parlare della razza). Un “patriottismo” di questo genere è “politico” nel senso di riconoscere pienamente il fatto del pluralismo, ovvero la piena legittimità dei diversi possibili stili di vita e delle altre differenze che si riferiscano ai valori della libertà e della democrazia.

La politica dell’inclusione, contesto nel quale viene ripreso il termine, non deve quindi essere intesa come obbligo di assimilazione, per cui l’altro deve diventare l’uguale appiattendo i suoi valori e cultura, né deve rovesciarsi in chiusura difensiva in cerca di una omogeneità che alza frontiere. Piuttosto i confini sono aperti a tutti, ma occorre avere in comune un “Patriottismo della Costituzione” che significa aderire convintamente ai principi universalistici incorporati in essa. In questo senso l’unione è politica, non culturale. Del resto anche in Durkheim il concetto viene ripreso, all’inizio del novecento, a partire dallo spettacolo dei conflitti etnici e religiosi che laceravano la Francia, allineandosi su linee politiche (affare Dreyfus).

Il termine viene ripreso in Italia in modo diverso, e anche divergente, da autori come Rusconi, Viroli, Galli della Loggia negli anni novanta. Antecedenti sono in Mazzini, John Stuart Mill e Alexis de Tocqueville, chiaramente in diverse direzioni a dimostrazione della polisemicità e flessibilità del termine.

E riceve però anche un’articolazione significativamente diversa da parte di MacIntyre, che lo ridefinisce come una sorta di passione che implica lealtà ai meriti ed alle realizzazioni della propria nazione. Una lealtà che si riferisce alla particolarità della storia, anche senza implicare un malinteso senso di superiorità verso altre storie, che possono essere altrettanto ricche ma non sono “nostre”. Il patriottismo, nel senso del teorico “comunitarista”, è una forma di amore e si rivolge ad individui particolari. È dunque una passione prima di essere (come in Habermas) una forma della ragione. Il filosofo scozzese crede che per dare un senso alla storia della nostra vita, quindi per vivere una vita morale significativa, ognuno di noi debba essere all’interno di una comunità nazionale. La nazione deve essere qui “intesa come un progetto nato in qualche modo nel passato e continuato nel tempo in modo da realizzare una particolare comunità morale che rivendica autonomia politica nelle sue diverse forme istituzionali” (1984, pp. 13-14).

In qualche modo assonante è la lettura di Rorty che nel 1999, in “Una sinistra per il prossimo secolo” vede unica soluzione per uscire dai dilemmi del presente della sinistra cosmopolita e globalista che attacca dipuntare sull’orgoglio nazionale. Per il filosofo pragmatista americano “l’orgoglio nazionale è per le nazioni ciò che il rispetto di sé è per gli individui: una condizione necessaria per migliorarsi” (p.15). Senza questo non è possibile alcuna capacità di mobilitare le energie. La sinistra deve immaginare il futuro e “Il coinvolgimento emotivo nei confronti del proprio paese è necessario ad una deliberazione politica immaginativa e produttiva. […] Coloro che sperano di persuadere una nazione a tentare un qualsiasi sforzo, devono ricordare al loro paese anche ciò di cui può essere orgoglioso, e non solo ciò che potrebbe coprirlo di vergogna. Devono raccontare storie illuminanti su episodi e figure del passato della nazione – episodi e figure ai quali il paese deve rimanere fedele. […] la competizione per la leadership politica è in parte una competizione tra le differenti storie sull’identità della nazione, sull’immagine che ha di se stessa, e tra i differenti simboli della sua grandezza”. Raccontare questa storia, costruire questa immagine, significa coltivare quello che Durkheim chiamava “patriottismo costituzionale”, e che è necessario per mobilitare verso la direzione di un cambiamento che, insieme, sia riscoperta di ciò che ‘realmente’ si è. Dove, naturalmente, cosa o chi ‘realmente’ si è, è indissolubile da chi di vuole essere al proprio meglio. E questo dal racconto di cosa e chi si è stati al proprio meglio. Bisogna chiedersi che cosa o chi ‘realmente’ siamo. Bisogna, cioè, ricordarlo, esercitare una forma di ermeneutica storica e valoriale per definire, rammemorandolo, quale è l’impegno che ci definisce.

Bisogna cioè ricordare, e costruire, storie illuminanti. Come, secondo Rorty, fecero instancabilmente, con lo spirito degli attori e non degli spettatori, grandi democratici progressisti come Walt Whitman e John Dewey che cercarono di mobilitare la speranza, di mobilitare un “nazionalismo morale patriottico”, contrapponendolo alla narrazione di élite ristrette ed egoistiche (p.25).
Anche qui occorre essere attenti: qualunque cosa sia l’identità morale creata nella contingenza e nella temporalizzazione, è qualcosa che deve sempre, di nuovo, essere ridefinita. Non qualcosa che è stato e deve essere preservato. Non è “multiculturale”, nel senso di una giustapposizione di monadi variamente diverse, incomunicabili, ma più un tessuto di differenze che sono in contatto e nelle quali ci sono anche scontri, in cui ci devono essere scontri. Probabilmente, in riferimento al dibattito tra Habermas e Taylor (oltre che Walzer ed altri) dell’avvio del decennio, la posizione è più vicina alle posizioni dei secondi.

Un altro modo, che recupera motivi hegeliani (come Taylor) si ha nel recente “Il diritto della libertà” di Axel Honneth. Il termine viene ripreso in un’accezione più ampia di recupero della memoria, dopo la caduta dei nazionalismi difensivi e reazionari degli anni trenta, della parte migliore della grande stagione di progresso, in un reciproco inseguimento, che ricorda anche qui in qualche modo l’auspicio di Durkheim, tra riforme sociali condotte sulle arene nazionali sulla spinta diretta ed indiretta delle lotte dei lavoratori e fertilizzazioni reciproche.

Su questa leva, inibita ma potenzialmente potente, Honneth punta perché quello che chiama “il patriottismo insito nell’archivio europeo degli sforzi collettivi per conquistare la libertà” torni ad essere rivolto alla sua realizzazione, riattivando e reinterpretando per i nostri tempi le promesse istituzionalizzate nelle diverse “sfere”. Che questo “patriottismo buono” (se posso dire così) scacci il “patriottismo cattivo” che sta riprendendo piede sull’onda della paura e della sfiducia reciproca che è alimentata proprio dall’inibizione a tutti i livelli, da quelli personali a quelli economici e politici, determinata dall’imperialistico prevalere delle sole “libertà giuridiche”, senza conservare le condizioni della loro attuazione.

Una simile forma di “Patriottismo Costituzionale”, che si nutre dell’interpretazione dei momenti più alti della nostra storia e dell’ancoramento alla sostanza di liberazione delle nostre istituzioni, anzi dello “spirito oggettivo” di queste, nella loro eticità, non è incompatibile con gli obblighi auto assunti nei confronti dell’umanità in generale, ma li sostanzia. La causa dell’umanità si sostiene difendendola entro di noi e nelle istituzioni con le quali abbiamo a che fare, compiendo la “buona gara” di rendere ognuna esempio per l’altra.

Specificamente la Costituzione repubblicana è per noi la sintesi concreta del progetto di agire insieme delle principali culture nazionali, per come si è dato nel momento fondativo. Ciò non significa musealizzarlo, ma riconoscere la necessità di una ermeneutica sempre rinnovata, aperta ai problemi dell’oggi, che però tenga insieme.
Rispetto a questo progetto comune nella svolta degli anni novanta si è prodotto un vulnus, una radicale discontinuità, che ha allontanato dal terreno comune producendo l’egemone dittatura di una delle culture presenti (ma minoritaria) nel compromesso repubblicano. Gli effetti li stiamo vedendo.

I temi che possono essere mobilitati, dunque, in una ripresa del concetto di “Patriottismo Costituzionale” sono la valorizzazione della nostra storia recente come felice fusione delle culture politiche intorno ad un comune interesse per la crescita democratica, il rigetto della logica del “vincolo esterno” e il rispettoso confronto non subalterno con la cultura luterano-calvinista del “capitalismo del nord” (pur con tutte le sue differenze). La rivendicazione di un orgoglio, che è anche amore e passione, per la capacità storica di trovare una sintesi alta, insieme all’affermazione del diritto di autoderminarsi secondo i nostri, propri, termini.

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