Non è vero che non esiste più la classe operaia. E i comunisti dovrebbero gridarlo senza timore

Behemoth, ascesa (e trionfo) della grande fabbrica di Fabrizio Tonello

Tutto ciò che ci circonda viene da una fabbrica: la tazza che teniamo in mano, la caffettiera in cui abbiamo fatto il caffè, il pacchetto della nostra miscela preferita. Siamo seduti su una sedia di fabbrica, a un tavolo di fabbrica, mangiamo lo yogurt proveniente da una fabbrica di Vipiteno, con un cucchiaino prodotto in una fabbrica polacca, mentre guardiamo il nostro iPhone, ovviamente prodotto da una fabbrica della Foxconn, in Cina.

È quindi lievemente paradossale il fatto che si parli di economia “digitale”, o “virtuale” o della “conoscenza” quando anche il souvenir artigianale che abbiamo comprato a Murano viene, in realtà, da una fabbrica, magari di Hong Kong.

Oggi, solo l’8% dei lavoratori americani lavora nell’industria, un terzo rispetto al 24% nel 1960, ma a livello mondiale siamo nel momento di massima espansione della produzione industriale, come ci ricorda Joshua Freeman nel suo massiccio Behemoth: A History of the Factory and the Making of the Modern World. Secondo i dati compilati dalla International Labor Organization, nel mondo quasi un terzo della forza lavoro globale lavora nell’industria, in Cina il 43%. I lavoratori americani hanno visto scomparire i loro posti di lavoro in Ohio, Pennsylvania e Michigan ma in compenso possono andare da Wal-Mart a comprare sedie da giardino per 1 dollaro, prodotte in Cina o Vietnam.

Naturalmente, né gli americani quando vanno da Wal-Mart né noi quando andiamo all’Ikea abbiamo una percezione, sia pure vaga di come funzionino le fabbriche, di cosa significhi lavorarci: anzi dove sono le fabbriche? Chi le ha mai viste, al di fuori degli operai e dei tecnici che ci lavorano? C’è un’ottima ragione a questa domanda: sono state spostate, via via sempre più lontano.

Un tempo la FIAT stava alle porte di Torino: chiunque prendesse un tram negli orari di cambio turno incontrava gli operai che ci stavano andando con la loro gamella per il pasto. Adesso la FIAT non esiste più: si chiama FCA, ha sede in parte in Olanda, in parte a Detroit, e lo stabilimento principale in Italia si trova a Melfi, a 532 metri d’altezza nelle montagne della Basilicata, 941 chilometri da Torino.

Pare difficile da credere, ma Venezia era un tempo una città di fabbriche: l’arsenale era la più grande struttura protoindustriale d’Europa già ai tempi di Dante; nella prima metà del Novecento l’isola della Giudecca, ai margini del centro storico, era costellata di fabbriche: il grande mulino Stucky, la Junghans (munizioni), la Dreher (birra) e altre. Poco a poco vennero sostituite da appartamenti o alberghi, mentre cresceva Marghera, con i suoi giganti della chimica e dell’alluminio. Adesso, Marghera è una specie di città-giardino e l’ALCOA (alluminio) è prima transitata dalla Sardegna, poi ha chiuso definitivamente (pochi mesi fa l’ha recuperata un gruppo svizzero, per la sola sede di Portovesme).

Ma di queste delocalizzazioni italiane ovviamente Freeman non si occupa: il suo libro è affascinante perché ci fa vedere quanto breve ed effimero sia stato il trionfo della fabbrica-monstre, come River Rouge della Ford, con le sue centinaia di migliaia di operai alle porte di Detroit o Magnitogorsk, in Unione Sovietica. La grande fabbrica, spiega l’autore, nasce già nella sua forma definitiva, “come Minerva dalla testa di Giove”: edifici di quattro o cinque piani, lunghi e stretti, con molte finestre e un migliaio di operai. Così era il primo stabilimento tessile inglese, a Derby, nel 1721, molto prima che la macchina a vapore e poi l’elettricità arrivassero ad aprire l’epoca eroica della manifattura.

Freeman mette a fuoco alcune questioni interessanti nella storia dell’industrializzazione: in primo luogo, sia nei paesi capitalisti che in quelli del socialismo reale, la gigantesca fabbrica è stata a suo tempo vista come strumento per ottenere un nuovo e migliore livello di vita per tutta la società, raggiungendo una maggiore efficienza grazie a tecnologie avanzate ed economie di scala. I grandi stabilimenti attirarono l’ammirazione di politici, artisti e scrittori: la fotografa Margaret Bourke-White disse: “Adoro le fabbriche”.

Nello stesso tempo, il gigantismo ha sempre avuto ragioni più disciplinari che tecniche: la concentrazione della produzione in grandi siti permetteva di controllare meglio la qualità del prodotto, di evitare furti, di garantire la continuità del processo produttivo ma, soprattutto, di assicurare la disciplina di fabbrica grazie a una gerarchia autoritaria e spietata. Gli operai inglesi avevano l’abitudine di festeggiare “Saint Monday” dopo le bevute del fine settimana e l’organizzazione “razionale” del lavoro serviva prima di tutto a costringerli a presentarsi in fabbrica, più o meno sobri.

Gli stabilimenti di migliaia, o decine di migliaia, di operai erano certo produttivi, capaci di sfornare milioni di auto, di trattori e di carri armati o di aerei durante le guerre, ma i problemi che creavano divennero evidenti abbastanza presto. Uno era l’inquinamento provocato da quelli che il poeta inglese William Blake definì dark Satanic Mills ma l’altro, e più importante, scrive Freeman, fu la scoperta che “grandi gruppi di operai che lavorano insieme, vivono insieme, pregano insieme, bevono insieme e muoiono insieme possono trasformare le più grandi e importanti fabbriche da modelli di efficienza in strumenti di potere dei lavoratori”.

Le grandi fabbriche furono le levatrici della sindacalizzazione e, con la sindacalizzazione, nel secondo dopoguerra arrivarono “mobilità ascendente, sicurezza e benessere della classe operaia”. In questo Freeman è piuttosto sbrigativo: per settori consistenti della classe operaia americana, in particolare le minoranze etniche, “sicurezza e benessere” rimasero sempre dei miraggi, basta rileggere l’opuscolo The American Worker scritto dall’operaio di una fabbrica automobilistica Phil Singer con lo pseudonimo Paul Romano e pubblicato nel 1947 dalla piccola organizzazione marxista americana nota come “Johnson-Forest Tendency”. Johnson e Forest erano gli pseudonimi dello studioso di Trinidad C.L.R. James e della filosofa di origine russa Raya Dunayevskaya.

Tuttavia, è innegabile che la gigantesca fabbrica sindacalizzata abbia contribuito a creare “ciò a cui molti americani guardano come un’epoca d’oro di prosperità condivisa, quando i figli salivano più in alto dei loro genitori nella scala sociale e si aspettavano che i figli a loro volta facessero ancora meglio”. È stato questo il miracolo 1945-75, o piuttosto il compromesso storico durato una trentina d’anni, a cui è seguita la brutale reazione delle oligarchie inglesi e americane di cui abbiamo conosciuto le conseguenze negli ultimi 40 anni.

La controrivoluzione neoliberista ha origini lontane nel tempo: Behemoth illustra benissimo il fatto che l’arma principale degli imprenditori per smantellare le roccaforti della classe operaia, la delocalizzazione, iniziò a essere usata già durante la seconda guerra mondiale: le fabbriche del Michigan vennero riconvertite alla produzione bellica, mentre nuove fabbriche pagate dal governo federale spuntavano come funghi in località remote del Sud degli Stati Uniti: in Alabama, in Tennessee, in Arizona. Tutti posti dove il sindacato non si sapeva neppure cosa fosse e dove compiacenti politici locali facevano leggi su misura per difendere la “libertà di lavoro”.

A questa prima fase di delocalizzazione ne è seguita un’altra, verso il Messico (con le famose maquiladorasal confine) e poi un’altra ancora, verso la Cina, quando il costo dei trasporti e delle telecomunicazioni ha consentito di gestire processi produttivi molto complessi a distanza. Il boom industriale cinese non è frutto delle “politiche scorrette” di Pechino ma della possibilità di trasportare milioni di iPhone o di iPad su di un’unica nave portacontainer, da Shangai alla California.

Freeman mette giustamente in rilievo il paradosso attuale: se sono scomparse le grandi fabbriche americane, per la delocalizzazione, e quelle sovietiche, per le privatizzazioni seguite alla dissoluzione dell’URSS, sono in compenso nate fabbriche-monstre come quelle della Foxconn a Guanlan nello Shenzhen. L’azienda di Taiwan produce la quasi totalità dei gadget Apple nei suoi stabilimenti della Cina continentale mentre altre multinazionali del consumo di massa, come la Nike, hanno ugualmente trasferito in Asia la totalità della loro produzione.

Il gigantismo si è semplicemente spostato, e continua a spostarsi: quando gli operai cinesi hanno costretto i nuovi padroni ad aumentare i salari è iniziata un’altra ondata di delocalizzazioni: stavolta verso paesi asiatici meno industrializzati e combattivi, come il Vietnam, oppure verso l’Africa: l’Etiopia sembra oggi essere la destinazione preferita dei cinesi, che non solo hanno ricostruito la storica ferrovia coloniale Gibuti-Addis Abeba ma hanno anche installato la loro prima base militare all’estero proprio a Gibuti, a fianco di quelle francesi e americane.

Joshua Freeman: Behemoth: A History of the Factory and the Making of the Modern World, W.W. Norton, 2018, $ 27,95  E’ possibile acquistare questo libro in tutte le librerie o su ibs.it.

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