Anche quest’anno accademico scuole e università sono nel mirino di governo e Confindustria

di Giovanni Ordanini

Anche quest’anno accademico scuole e università sono nel mirino di governo e Confindustria: sempre meno qualità e sempre più indirizzi business-friendly fanno dell’istruzione un terreno caldo di lotte.

Tra pochi giorni l’anno scolastico nelle scuole e l’anno accademico nelle università avrà nuovamente inizio. Tuttavia nell’arco della pausa estiva le riforme della Buona Scuola e della ministra Fedeli sono proseguite sotto la volontà del governo e di Confindustria per creare sempre più posti di lavoro (ultra precari e pagati a voucher s’intende) e sempre meno conoscenza e spirito critico negli studenti.

Facciamo quindi un breve riassunto delle notizie degli ultimi mesi estivi, partendo dalla riforma delle scuole elementari e medie [1], dove d’ora in avanti non si potrà più bocciare gli alunni per via del basso rendimento scolastico. La motivazione che viene espressa dal Ministero è quella per cui l’Italia è tra le nazioni europee con la maggiore dispersione scolastica: è sembrato ovvio e giusto quindi “eliminare” il problema chiudendo gli occhi e facendo passare all’anno successivo gli alunni anche senza le conoscenze adeguate, semplicemente spostando il problema di pochi anni più avanti. Questo perché o gli studenti concludono gli studi finito il ciclo delle scuole medie (con tassi di disoccupazione del 48,1% rispetto a chi continua gli studi [2]) oppure finendo con le scuole superiori il tasso di occupazione è nettamente inferiore a chi continua gli studi con l’università, circa del 33% in meno [3]. Ovviamente non tutti possono permettersi di iniziare gli studi universitari, e ancor meno studenti li finiscono: l’Italia è al penultimo posto per laureati, ma a quanto pare secondo le ultimissime affermazioni della Ministra dell’Istruzione [4] la colpa non è del governo e delle continue riforme che hanno alzato le tasse e i costi della vita universitaria, ma delle famiglie a basso reddito che non vogliono mandare i figli all’università: la colpa è dei poveri.

La seconda novità (più esattamente è un ampliamento di una pericolosa sperimentazione) è il nuovo decreto [5] firmato dalla Ministra per cui aumentano a 100 le scuole (licei e tecnici) che sperimenteranno la formula dell’istituto di quattro anni. Nella pratica, i professori e gli studenti dovranno essere in grado di sviluppare il percorso canonico di cinque anni in quattro, mantenendo gli stessi livelli degli studenti delle altre scuole. Per poter rendere questa sperimentazione almeno possibile (non c’è bisogno di mettere dei dati a riprova del fatto che anche negli istituti canonici di cinque anni di frequenza non si riesce mai a concludere il piano di studi di materia) l’alternanza scuola-lavoro verrà svolta dagli studenti unicamente nei periodi di vacanza invernale ed estiva, vanificando completamente la “vacanza”, intesa fino ad oggi come momento di rilassamento o di studio per recuperare. In questo modo per gli studenti sarà più facile abituarsi ai ritmi del lavoro retribuito, con poche ferie, straordinari non pagati e lavoro obbligato anche nelle domeniche e nei festivi.

Vediamo dunque da queste due principali novità legislative in ambito studentesco medio che la necessità di far concludere gli studi il prima possibile per poter immettere i ragazzi in un mondo del lavoro saturo e con contratti al limite della legalità è una prerogativa del Ministero e di Confindustria, a cui servono sempre meno menti pensanti e sempre più precariato, già inserito in una dinamica lavorativa di bassa specializzazione tramite l’odiata alternanza scuola-lavoro. Ricordiamo infatti nuovamente come Confindustria abbia richiesto [6] che i progetti di alternanza negli istituti professionali raggiungano almeno il 50% del tempo scolastico totale (riguardo questo argomento rimando a un mio scorso articolo specifico sul tema).

Inoltre due notizie specifiche della Regione Lombardia: la prima è la denuncia del sindacato di base USB, il quale attacca la Città Metropolitana di Milano per le risorse irrisorie stanziate per l’anno 2017/2018, soli 1000 euro a scuola per le spese di gestione ordinaria, quali la manutenzione, la sicurezza e il riscaldamento [7]. L’accusa di USB è quella per cui mediamente viene stanziato un euro per ogni alunno di Milano. La seconda notizia invece si inserisce nelle gigantesche spese – 23 milioni di euro – che la Regione Lombardia spenderà solo per i tablet da utilizzare per il voto elettronico (proposta portata avanti dal Movimento 5 Stelle), ma che rimarranno nelle scuole dopo il voto [8]. Un contentino assolutamente inutile (sicuramente meglio investire denaro nella messa in sicurezza delle scuole piuttosto che nei tablet) se si pensa alle gigantesche spese di propaganda che la Lega Nord e il presidente della Regione Lombardia Maroni affronterà per questo inutile e dannoso referendum (qui un appello per votare NO al Referendum).

Passiamo alle notizie sul fronte universitario. La più importante, che si sta sviluppando dall’inizio dell’estate ed esploderà durante la sessione autunnale, è il famoso e famigerato sciopero dei professori, specificatamente indetto dal Movimento per la dignità della docenza universitaria. Lo sciopero è stato indetto in tutta Italia per richiedere con forza lo sblocco degli scatti di anzianità che i professori non percepiscono dal 2011, e nei fatti i professori si asterranno dal primo appello di esame. Gli scioperi vengono dichiarati apposta per creare disagi, in questo caso però oltre al danno d’immagine dei vari atenei sparsi per l’Italia chi verrà maggiormente colpito saranno gli studenti, già da tempo vessati dalla riduzione degli appelli d’esame e l’aumento di possibilità di finire fuori corso, senza parlare degli studenti-lavoratori che saranno ancora più svantaggiati. La cosa che colpisce è il fatto che i professori non abbiano chiesto un aiuto o almeno una unione politica alle varie organizzazioni studentesche presenti nelle varie università, ma abbiano deciso per uno sciopero (all’inizio con modalità molto nebulose che ne facevano dubitare della possibile effettiva riuscita) indipendente. Questa cosa è sicuramente da contestare, perché se i docenti non vengono pagati quanto dovrebbero esserlo, i laboratori sono meno, le aule sono sempre piene, le rette universitarie aumentano, il mercato libraio è sempre più un cartello, i disagi non sono solo dei professori ma anche degli studenti! Si sarebbe maggiormente auspicato una lotta unitaria per richiedere maggiori fondi per l’Università.

La seconda notizia è ancora una specifica dell’Università degli Studi di Milano (la Statale), cioè la vittoria degli studenti dopo che il TAR del Lazio ha accettato di rimuovere il numero chiuso nelle facoltà di Studi Umanistici della Statale, scavalcando la decisione presa dal Rettore Vago e da metà del Senato Accademico, con anche l’avvallo del sindaco di Milano Giuseppe Sala. Ovviamente la risposta del Rettore non si è fatta attendere e subito è stato richiesto il ricorso avverso questa sentenza [9], bloccando tutto il meccanismo: circa 3.000 aspiranti matricole a Milano non sapevano se avrebbero potuto o meno iscriversi all’Università Statale, non avendo ancora sostenuto i test di ammissione. Ulteriore notizia che giunge durante la scrittura di questo articolo è che il Rettore ha deciso di ritirare il ricorso [10], rendendosi conto che i tempi tecnico-burocratici per una simile azione sarebbero stati troppo lunghi, e gli studenti non si sarebbero potuti iscrivere: oltre al danno d’immagine ci sarebbe stato un buco di milioni di euro per le mancate tasse. Tasse che ricordiamo essere recentemente di nuovo aumentate per gli studenti fuori corso e rimodulate in base al numero di CFU acquisiti [11], rendendo sempre più palese la volontà di competizione aizzata dalla dirigenza.

Il nuovo anno studentesco e accademico è pregno di lotte e si legherà con forza all’anno politico. Come diceva Mao Tse-tung: ” Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole”.

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