Povertà raddoppiata in 10 anni (2007-2017) di Marco Maroni da il Fatto Quotidiano del 14 agosto

Per quanto politici ed economisti si sforzino di raccontare, in base agli ultimi segnali di rialzo del Pil (ques t’anno potrebbe fare l’1 , 3% ) che il peggio è alle spalle, c’è una dato che racconta con cruda evidenza come siamo messi a 10 anni dallo scoppio della crisi: è quello sulle famiglie in povertà assoluta, che cioè mancano del minimo necessario per condurre una vita dignitosa. Erano 823 mila nel 2007, sono un milione e 619 mila ora. Ma soprattutto, come e più di quanto è avvenutall’estero, sono aumentate le diseguaglianze.

“In Italia c’è stata una polarizzazione dei redditi molto forte”, spiega Enrico Giovannini, economista ex presidente dell’Istat ed ex ministro del Lavoro, “i redditi del quinto più ricco della popolazione sono aumentati, quelli del quinto più povero sono diminuiti. Non solo, la povertà prima era concentrata nelle fasce d’età avanzate, adesso è tra le persone in età da lavoro e i minori”.

COME INVERTIRE la tendenza all’aumento povertà è la scommessa per i prossimi anni. Ma che in questi anni si siano poste le premesse per riuscirci è dubbio. E i margini d’intervento sono risicati. Il debito pubblico è passato da 1.600 a 2.200 miliardi. Con l’Europa che ci tiene il fiato sul collo i margini di espansione della spesa pubblica sono al minimo, ameno che l’economia riparta con vigore ben maggiore dell’uno virgola qualcosa. E la straordinaria opportunità del quantitative easing, in pratica dei tassi sottozero, con cui la Bce ha cercato di far ripartire le economie e sanare le turbolenze finanziarie, è destinata a finire. Vuol dire che non solo le imprese pagheranno di più per finanziare gli investimenti, ma che gli interessi che paga lo stato sul debito saliranno, rendendo ancora più stretto il sentiero delle politiche economiche. Con una stima sommaria, un aumento dei tassi d’interessi dell’1% ci costerebbe intorno ai 4 miliardi solo il primo anno, 8 il secondo e cos’via, allorchè i i titoli di stato in scadenza sono rinnovati.

ALLO SCOPPIO della bolla dei subprime l’Italia aveva ricominciato a crescere. Il prodotto interno lordo era salito del 2%, non granché, ma era il dato più alto dal 2000. La crisi ha messo in mostra tutte fragilità, dall’ineffici nza della spesa pubblica, alla vulnerabilità dei bilanci bancari, alla corruzione, agli scarsi investimenti delle imprese. Il risultato è che l’econo mia italiana nella crisi ha fatto peggio di quasi tutti i partner europei. Il fatturato dell’industria nel 2016 è sceso del 2% per il quarto anno consecutivo. “Ci sono voluti diversi anni perché le maggiori economie recuperassero”, ha scritto il Financial Times qualche giorno fa, con Usa e Germania che sono tornati ai livelli pre-crisi nel 2011, ma “quelli intrappolati nella crisi dell’Eurozo a sono stati più lenti nel recupero. Fra questi il Portogallo, con un Pil inferiore del 2,4% rispetto al 2007, l’Italia col meno 6,2% e la Grecia, con meno 24,8 ”. A rivelarsi un boomerang sono state le politiche di austerity, accompagnate dalla crescente precarizzazione del lavoro. Se la gente è più povera, la domanda cala, e dal circolo vizioso non si esce. Il problema è che in un mondo che sembra destinato a una crescita bassa, la cosiddetta “sta gnazione secolare”, trovare la ricetta non è semplice. “Bisogna inventarsi un nuovo modello di sviluppo”, dice ancora Giovannini, che qualche indicazione la dà: “riconversione ecologica, investimenti in costruzioni e nella sicurezza idogeologica, ma, soprattutto è prioritaria la lotta alla povertà: il futuro sarà pieno di choc economici, bisogna investire nella resilienza della società”.

E in un working paper del 2 agosto scorso della Luiss School of European Political Economy, un gruppo di economisti il cui faro non è certo la redistribuzione della ricchezza, si spiega che per l’Italia derogare dalla disciplina di bilancio sarebbe un errore, ma si ammette: “È necessario ricomporre la spesa e rafforzare il potenziale di crescita; il che impone, fra le altre cose, il rilancio di efficienti investimenti pubblici e l’attivazione di politiche di redistribuzione del reddito e di inclusione delle fasce più vulnerabili della popolazione”.

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